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ProLoco Cellere (vt)
Personaggi illustri

                               



                     

 

 
FRANCESCO MAZZARIGGI     

Gli studi vennero compiuti presso il Seminario di Ronciglione dal 1834 al 1843 e successivamente presso la Facoltà di giurisprudenza     dell' Università di Roma fino al 1848. La partecipazione alla vita politica di Francesco risale al perioodo della Repubblica Romana con l' assunzione di un ruolo determinate nell' ambito del territorio castrense in quanto eletto capitano della Civica. La sua partecipazione ai moti del 1848/1849 è comprovata dal testo del registro degli individui "compromessi" - Viteebo, Archivio di Stato - Direzione di Polizia - anno 1849 - che recita: Mazzariggi Francesco - età 30 anni - nato a Cellere - professione possidente - temibile demagogo, Capitano della Civica, il quale, benchè caduta la repubblica, abusò del potere contro Pietro Pelliccia per aver detto: accidenti alla Repubblica e viva Pio IX. Tiene corrispondenza col temibile chirurgo Francesco Cozzolini di Bolsena - Si fanno delle riunioni segrete anche nella sua stanza, ciò si deduce dalla frequenza dei demagoghi in sua casa - Tiene corrispondenza segreta del circolo, va spesso a Canino tornando di notte. Un ulteriore documento che vede Mazzariggi coinvolto nei miti del 1848/49, è il Protocollo della Repubblica Romana (biblioteca comunale di Viterbo): "Comune di Cellere e Pianiano li 30.4.1849 Noi sottoscritti dichiariamo di aderire pienamente alla protesta emessa dai nostri rappresentanti contro qualunque ostile intervento straniero e di sostenere con tutte le nostre forze il Decreto Fondamentale dell' Assemblea Costituente del 9 - 2 anno corrente. V. Brunori - Priore, G. Raspanti - Anziano, F. Mazzariggi - Consigliere".Nel 1851 Mazzariggi acquisisce la carica di Cavaliere ed entra a far parte del Consiglio comunale di Cellere. Sei anni dopo partecipa ad un azione contro lo Stato Pontificio con un progetto d'invasione del Comune di Valentano che tuttavia andò fallito per la mancanza di un adeguato armamento che sarebbe dovuto pervenire del Granducato di Toscana. Sono del 1860 le corrispondenze con il Cavour che rappresentano il momento più significativo della evoluzione ideologoco-politica del Mazzariggi. Nel 1866 viene arrestato e tradotto inelle carceri viterbesi dove le raggiunge poco dopo il fratello Tommaso e nell'anno successivo vengono inviati alle carceri addizionali politiche di Roma con la seguente imputazione: Cospirazione contro il Governo Pontificio. Di fatto i fratelli Mazzariggi furono ritrovati in possesso di materiale propagandistico a carattere liberale: opuscoli, giornali antipolitici oltre a notevole corrispondenza con emigrati volta alla organizzazione insurrezionale. Il 13 aprile 1868 dalle carceri di S. Michele in Roma viene notificata l'uccisione del fratello Tommaso da parte di una guardia pontificia mentre si affacciava ad una finestra. Il cadavere di Tommaso non viene trasferito a Cellere ad evitare possibili sommosse.Successivamente Francesco viene liberato e avviato all'esilio in Toscana, dalla quale tentò di raggiungere Garibaldi rischiando nuovamente l'arresto. Dopo l'unificazione d'Italia (20 settembre 1870) Mazzariggi si ritira a Roma a vita privata, ma dopo solleciti e insistenze di cittadini celleresi tornò al luogo natio. Dal 1870 al 1900 condusse una vita pubblica presso il Municipio di Cellere con la carica di Sindaco e consigliere anziano. Il 29 dicembre 1900 Francesco Mazzariggi muore.
                         



I CONTI MACCHI

La storia di Cellere s'intreccia con quella della famiglia Macchi nel momento in cui la Castellania del paese venne messa in vendita mediante pubblico incanto dalla Reverenda Camera Apostolica, succeduta al dominio della casa Farnese nella zona.L'atto di delibera fu emesso "mentre il Cardinal Vicario Macchi era Tesoriere Generale della Camera Apostolica….Unico offerente si presentò un fido di Casa Macchi, il fu Marchese Francesco Brancadoro padre della cognata del Conte Oreste Macchi, nepote del Cardinale, a cui fu…aggiudicata la Castellania, e che dopo brevissimo tempo la cedè al Conte Oreste vero deliberatorio per interposta persona di Brancadoro".Fu precisamente il 2 agosto 1833 che il Marchese Brancadoro acquistò dalla R.C.A. il diretto dominio della Castellania di Cellere, Pianiano e Tessennano e che l'anno dopo con istrumento del 29 aprile 1834 cedette al Conte Macchi.La famiglia Macchi, trasferita a Capodimonte (VT) verso la fine del XVI sec. proveniente da Cremona, vantava eminenti esponenti a cominciare appunto dal Cardinale Vincenzo Macchi, nato a Capodimonte (VT) il 20 agosto 1770 e morto alla bella età di novanta anni (30 settembre 1860) a Roma: venne sepolto nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo al Celio.Questo insigne Prelato che, per ben due volte il "veto dell'Austria impedì che ascendesse ai supremi onori del Pontificato", fu insignito di moltissime onorificenze, tra le quali quelle di Senatore Gr. Cr. Dell'Ordine Costantiniano di S. Giorgio (1851) e Uditore della Nunziatura del Portogallo (1802), ove fu anche Inviato Straordinario e Delegato Apostolico.Fu inoltre Arcivescovo di Nisibi (1818), Nunzio Apostolico in Svizzera (1818 - 1820), Nunzio Apostolico in Francia (1820 - 1826), Cardinale di S.R.C. (dal 2 ottobre 1826), Vescovo di Porto, S. Ruffino e Civitavecchia (1844), Vescovo di Ostia e Velletri, Decano del Sacro Collegio (1847).I Macchi, di nobilissime origini, vennero insigniti di vari Titoli Nobiliari: Patrizi di Viterbo e della Repubblica di san Marino; Nobili di Faenza, di Ravenna, di Velletri; Conti Romani.Il 4 Maggio 1858 ricevettero il titolo di Conti di Cellere che entrò a far parte del nome steso della famiglia oggi conosciuta come "Macchi di Cellere".


 



BEATO GIACOMO GIANEL

Fu uno dei primi Passionisti, l’Ordine religioso fondato da s. Paolo della Croce (1694-1775). Il suo nome di nascita era Giacomo Gianiel ed era nato a Tinizog (Coira in Svizzera) il 3 marzo 1714 da Giovanni Gianiel e da Anna Maria Durbant; a sedici anni si trasferì a Roma in cerca di lavoro che trovò presso il principe Bartolomeo Corsini, come scudiero.Di indole buona, si sentiva portato alle pratiche religiose; si iscrisse all’Oratorio Caravita, frequentava i Sacramenti ogni settimana e prese a visitare gli ammalati negli ospedali della città pontificia.Il principe Corsini, che aveva notato la sua religiosità, gli suggerì di entrare nell’Ordine Francescano, cosa che Giacomo Gianiel fece, ma un male ad un ginocchio gl’impedì di fare la Professione e dovette lasciare i francescani.Il Signore gli fece incontrare s. Paolo della Croce (Paolo Francesco Danei) il quale lo accettò comunque nel suo noviziato posto sul Monte Argentario (Grosseto), dove a 28 anni il 18 dicembre 1742, vestì l’abito dei Passionisti, facendo la professione il 12 gennaio 1743.Come Fratello Coadiutore restò nel convento della ‘Presentazione’ sull’Argentario, per cinque anni, espletando con sollecitudine i compiti assegnatogli. Nel 1748 fu trasferito al nuovo ritiro della Madonna del Cerro presso Tuscania (Viterbo) e anche qui si fece apprezzare per la sua modestia, spirito religioso, esattezza nelle faccende da sbrigare in Casa e fuori.Fu colpito da febbri malariche perniciose, così diffuse nel Lazio di allora e fu accolto, per curarlo come un figlio, dalla famiglia benefattrice Falandi, che abitava a Cellere, piccolo paese in collina in provincia di Viterbo, ma purtroppo a nulla valsero le cure e qui morì santamente il 14 agosto 1750 a 36 anni; dopo la morte quando ancora non era sepolto, cominciarono a verificarsi prodigi che continuarono anche in seguito.L’Ordine dei Passionisti era agli inizi della sua esistenza, pertanto non ci fu un approfondimento, né i processi necessari. La causa per la sua beatificazione fu aperta solo nel 1880 e in varie tappe si è arrivati al riconoscimento delle sue virtù e il titolo di venerabile, il 21 dicembre 1989.


 



DOMENICO  TIBURZI

Nacque a Cellere il 28 maggio 1836 da Nicola e Lucia Attili. A sedici anni fu incluso in un elenco di ricercati per furto; a diciannove subì un processo per lo stesso reato, ma venne assolto. A ventisette venne arrestato per aggressione e ferimento, poi rimesso in libertà per "desistenza della parte offesa". Si sposò con Veronica dell'Aia che gli dette due figli.Nel 1867 uccise il guardiano del marchese Guglielmi, Angelo Del Bono. I testimoni tacquero per paura della vendetta. Un anno dopo fu arrestato e condannato a 18 anni di galera da scontarsi del bagno penale di Corneto, presso Tarquinia.Nel 1872 evase insieme a Domenico Annesi detto "l'Innamorato" e Antonio Nati detto "Tortorella".Si rifugiò nelle macchie della zona castrense dove si unì ad altri latitanti.In questo periodo si affacciò alla ribalta del brigantaggio Domenico Biagini di Farnese, con il quale Tiburzi strinse un duraturo patto di alleanza; i due compari iniziarono la loro attività criminale. Si unirono a loro David Biscarini e Vincenzo Pastorini.Il Biscarini divenne capo della banda, anche se per poco, dato che nel 1877 fu ucciso dai carabinieri. Da questo momento le redini della banda passarono nelle mani di "Domenichino" che accolse nel gruppo Giuseppe Basili, detto "Basiletto". Basili e Pastorini furono uccisi da Tiburzi, il primo perché commetteva continue estorsioni ai danni dei mercanti, il secondo perché lo metteva sempre in ridicolo raccontando della sua fuga in mutande dalla grotta nella quale fu colpito il Biscarini.Sulla testa del brigante venne posta una grossa taglia; Antonio Vestri, boscaiolo, condusse i carabinieri presso il rifugio dei briganti, che riuscirono a fuggire. Dopo qualche tempo il boscaiolo era cadavere. E cadaveri erano anche i due asini con i quali trasportava la legna. Nel 1888, Tiburzi uccise Raffaele Pecorelli, reo di aver rubato un maiale al nipote. Nel 1889 indusse Luciano Fioravanti (affinché fosse degno di entrare nelle grazie del "Livellatore") ad uccidere un certo Luigi Bettinelli, sgradito a Domenichino, perché arrecava continue molestie alle donne. Il suo ultimo omicidio fu quello del fattore Raffaello Gabrielli, perché non aveva avvertito i briganti che ci sarebbe stata una perlustrazione dei carabinieri.Nel 1893 il Governo, presieduto da Giovanni Giolitti, ordinò alle autorità di intervenire energicamente per la cattura di tutti i briganti.150 uomini vennero inviati nel territorio fra Grosseto e Viterbo.Nel 1896, presso Capalbio, Tiburzi fu ucciso, nella sua impotenza di anziano, dai militari del capitano Michele Giacheri, ufficiale dotato di grande esperienza nel settore, dopo 24 anni di latitanza.Il luogotenente di Domenichini, Luciano Fioravanti, più giovane di oltre vent'anni, riuscì a fuggire. Fu ucciso nel 1900 per mano di un amico traditore, Gaspero Mancini, che per derubarlo e assicurarsi la taglia posta sulla sua testa, lo freddò con un colpo a bruciapelo mentre dormiva.













 


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